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Rigo (Deerns): “Nuova legge lombarda passo importante, attenzione a tempi e rischi”

Rigo (Deerns): “Nuova legge lombarda passo importante, attenzione a tempi e rischi”

Di Maria Elena Molteni
16 Giugno 2026

La Lombardia si confronta con la nuova legge regionale sui data center, approvata lo scorso 26 maggio, in un momento di forte espansione del settore: la regione ospita infatti 67 dei 168 data center presenti in Italia, e secondo le stime concentra circa l’80% della potenza IT installata a livello nazionale. Ne parla con Pambianco Real Estate Mauro Rigo, Business Developer Data Centres Italia di Deerns. “Si tratta innanzitutto di un momento importantissimo, strategico, perché si passa da una semplice linea guida a un vero progetto di legge, e questo fa capire quanto sia forte l’interesse, non solo a livello nazionale, ma anche a livello regionale”.

Un interesse che, ricorda Rigo, è concentrato quasi del tutto in un’area ristretta: “Tutto si sviluppa in Lombardia: l’80% della potenza IT è concentrata in questa regione, e potrei addirittura spingermi a dire che si concentra nell’area della città metropolitana milanese, quindi a livello provinciale”. E aggiunge: “Era uno strumento che tutti gli stakeholder del settore chiedevano a gran voce, e quindi il solo fatto che oggi esista è già un ottimo primo passo”.

Brownfield sì, ma con più burocrazia e rischi

Tra i contenuti principali della legge, Rigo individua i criteri per l’insediamento dei nuovi impianti: “Vengono definiti i concetti di riutilizzo delle aree, i cosiddetti brownfield, ovvero le aree industriali dismesse”. Non sarebbe più possibile, spiega, realizzare data center su greenfield. “Si punta sulla sostenibilità, sul riutilizzo di aree dismesse e su una maggiore integrazione con la pianificazione territoriale”.

Una scelta che Rigo definisce coerente con la cultura aziendale di Deerns: “Da un lato accogliamo questa indicazione con entusiasmo, perché la sostenibilità è nel DNA di Deerns, come lo è di chi sviluppa questo tipo di business”. Ma la stessa scelta comporta anche nuove incognite per gli investitori: “Dall’altro, questo crea inevitabilmente ulteriore apprensione tra gli investitori: se sulla carta il riutilizzo di queste aree è visto positivamente da tutti, sappiamo bene quali sono le difficoltà concrete, legate a demolizioni, bonifiche e autorizzazioni”. A questo si aggiunge un iter autorizzativo già complesso: “Sappiamo che in Italia l’iter autorizzativo per i data center è piuttosto complesso, perché questi impianti non sono ancora inquadrati in modo efficace: sono considerati di fatto unità produttive. Qualcosa si è fatto, esiste un codice ATECO temporaneo, quindi ci stiamo muovendo, ma a una velocità ancora ridotta rispetto ad altri Paesi, come la Spagna”.

Il risultato, secondo Rigo, è il rischio di un aumento dei tempi e degli adempimenti: “Bisognerà svolgere tutte le attività iniziali di site due diligence, quindi effettuare un assessment della struttura – parliamo di siti brownfield: demolizioni, bonifiche e permessi annessi. Si prospetta dunque una dilatazione dei tempi e un aumento del carico burocratico”.

C’è inoltre un rischio residuo legato alle bonifiche stesse: “Quando si parte da un brownfield e si effettuano tutte le attività di verifica, il numero di carotaggi non è infinito, quindi si rischia di ritenere un terreno utilizzabile e poi, in fase di cantierizzazione, scoprire in corso di scavo qualcosa di imprevisto, con il pericolo di un blocco dei lavori”. In questi casi, spiega, “si rende necessario l’intervento dell’ARPA, con 30 giorni per valutare la situazione: quindi da un lato è uno strumento positivo, dall’altro si introducono ulteriori livelli di rischio, perché il rischio zero, ahimè, non esiste”.

Più costi e tempi, ma anche più certezze normative

Secondo Rigo, questi elementi si traducono in un aggravio concreto per chi sviluppa i progetti: “Lo sviluppatore si trova certamente a gestire oneri aggiuntivi, il che si traduce in maggiori costi e tempi più lunghi. In un mercato in cui il ready-for-service – i tempi di ingresso sul mercato – è fondamentale, questo non è accolto con grande entusiasmo”. Tuttavia, l’esperto invita a valutare la norma nel suo complesso, anche in relazione alle eventuali contropartite: “Quello che bisogna capire è cosa viene proposto in cambio. Se questo permette di ottenere tempi più rapidi per l’approvvigionamento di energia elettrica, che è uno dei temi oggi all’ordine del giorno, o la possibilità di accedere a corsie preferenziali, allora potrebbe essere accolto con favore e non frenerebbe affatto l’interesse degli sviluppatori e degli operatori nel sistema Paese Italia, e più in particolare in Lombardia”.

In ogni caso, per Rigo il valore della norma sta soprattutto nell’aver introdotto regole chiare: “Come ogni legge, va osservata, applicata e se ne dovranno valutare gli effetti nel tempo. Oggi posso dire che si tratta certamente di un passo avanti. Il progetto di legge rappresenta un tassello importante: dove prima esisteva solo una linea guida, con tutto ciò che questo comportava in termini di incertezza, oggi abbiamo una legge con regole scritte e applicabili. Potranno piacere o meno, ma esistono”

Questo, conclude su questo punto, “fornisce probabilmente a investitori e sviluppatori uno strumento in più per decidere. Da un lato potrebbe penalizzarli nel confronto tra siti brownfield e greenfield, dall’altro offre gli elementi necessari per valutare un eventuale investimento in modo consapevole — rendendo così l’Italia, e la Lombardia in particolare, più attrattiva per chi opera nel settore. Disporre di regole chiare, anziché affidarsi a linee guida soggette a interpretazione o a valutazioni caso per caso, consente infatti di prendere decisioni su basi solide.”

Oltre 400 progetti e investimenti raddoppiati nel prossimo triennio

Sul numero complessivo di iniziative in corso in Italia, Rigo conferma “400 progetti. Un data center è un progetto che si sviluppa in più fasi: c’è una site due diligence, che è un progetto a sé, c’è una richiesta di connessione a Terna, che è un’altra attività ancora”. Per quanto riguarda i volumi di investimento, Rigo fa riferimento ai dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano: “Se negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2026, erano stati previsti 10 miliardi di investimento, di cui purtroppo il 30% sono stati bloccati per problemi legati a permessi e iter autorizzativi, per il prossimo triennio, proprio sulla Regione Lombardia, se ne prevedono molti di più”.

Nel dettaglio: “Le previsioni per i prossimi tre anni, dal 2026 al 2028, contano in pipeline 30 operatori con 874 MW IT di data center in costruzione e investimenti superiori ai 25 miliardi di euro”. Un dato che, sottolinea, segna un vero e proprio raddoppio: “Se eravamo a 10 miliardi nel triennio 2023-2026, nel 2026-2028 stiamo praticamente raddoppiando, forse anche superando quella soglia”. Particolarmente significativo, per Rigo, è anche il dato sui nuovi ingressi nel mercato: “Di questi 30 operatori, 19 si sono affacciati per la prima volta sul mercato italiano: sono nuovi soggetti che prima non erano presenti. Più della metà degli investimenti proviene da operatori nuovi, e questo ci dà la misura reale del fenomeno”.

Perché la Lombardia: tecnologia, permessi e “effetto imitazione”

Alla domanda sul perché lo sviluppo dei data center sia così concentrato al Nord, e in particolare in Lombardia, Rigo individua più fattori. Il primo è tecnologico: “Il data center deve stare dove il dato è necessario, dove viene elaborato. Essendo la Lombardia il motore industriale ed economico d’Italia, la maggior parte dei dati si genera lì, e di conseguenza lì si concentra la domanda”. E aggiunge: “Collocare un impianto in Sicilia, o in un’area pur interessante come la Puglia, comporterebbe una distanza tale da generare tempi di latenza sensibilmente superiori rispetto a operare a 20 o 30 chilometri da Milano”.

Il secondo fattore è di natura autorizzativa e urbanistica: “Il data center è ancora, a livello nazionale, un oggetto poco conosciuto. Ma in Lombardia, in comuni come Settimo Milanese o Cornaredo, dove sono nati i primi grandi campus, è stato accettato e metabolizzato. Un investitore ragiona così: se lì l’hanno già realizzato, vuol dire che l’oggetto è conosciuto, che esiste un iter consolidato, che ci si confronta con amministrazioni che sanno di cosa si parla, e che il percorso autorizzativo sarà più agevole”. Al contrario, spiega Rigo, “intervenire in un territorio dove non ne è mai stato costruito uno, confrontandosi con un’amministrazione che non conosce la materia, introduce un livello di rischio aggiuntivo che lo sviluppatore deve essere pronto ad affrontare. L’operatore percepisce un rischio minore nell’andare dove i data center esistono già, rispetto all’essere pioniere in territori inesplorati”.

Terreni disponibili, ma è la potenza elettrica il vero nodo

Sulla capacità di accogliere nuovi impianti, Rigo distingue tra disponibilità di aree e disponibilità di energia: “Dal punto di vista immobiliare, le aree industriali dismesse sono numerose — nel Triveneto in particolare ce ne sono moltissime. Il terreno, quindi, non sembra essere un problema. Quello che oggi preoccupa è la potenza elettrica”.

Rigo cita il dato relativo alle richieste presentate a Terna: “A marzo di quest’anno, Terna aveva ricevuto richieste per oltre 80 GW di potenza. La rete nazionale oggi non è in grado di gestire questi volumi: soddisfarli significherebbe raddoppiare sia la capacità di trasmissione sia quella di generazione”. Un numero che, tuttavia, va letto con cautela, poiché in parte gonfiato da dinamiche speculative: “Non sono realmente così tanti i data center. C’è una componente speculativa da parte di proprietari terrieri che presentano richiesta a Terna in anticipo, per poter valorizzare il terreno associandolo a una potenza, un costo e una data di disponibilità: questo ne altera completamente il valore di mercato”.

Per contestualizzare le dimensioni reali del fenomeno, Rigo ricorda lo stato attuale dell’Italia: “Ad oggi, in Italia non abbiamo ancora raggiunto 1 GW di potenza elettrica installata per i data center — probabilmente lo raggiungeremo nel 2027. È evidente che parlare di 80 GW significa parlare di cifre irrealistiche, con una forte componente speculativa. Forse arriveremo a 2 GW nel 2030, il che significherebbe colmare in tre anni quanto non è stato fatto finora. Ma quella cifra, no”.

Diversamente da altri paesi, sottolinea, in Italia il problema energetico non è ancora critico: “La potenza elettrica potrebbe diventare un problema, ma in Italia non siamo ancora ai livelli di altri Stati. L’Irlanda, ad esempio, conosce molto bene i data center, ma oggi fatica a realizzarne di nuovi perché non dispone di ulteriore potenza”. E aggiunge: “Oggi i data center rappresentano in Italia solo pochi punti percentuali del consumo energetico complessivo – il 2, il 3%. Non stiamo parlando del 10 o del 20%. Oggi è quindi un non-problema, ma sappiamo che le cose evolvono rapidamente, e che il piano energetico dello Stato, della Regione e della Provincia di Milano dovrà adeguarsi di conseguenza”.

Il rischio, avverte, è quello già vissuto da altri hub europei: “La velocità con cui si sta evolvendo il fenomeno potrebbe portarci, se non vi poniamo attenzione oggi, a trovarci in difficoltà tra tre anni. In tre anni stiamo per raddoppiare quanto realizzato nell’intera storia dei data center italiani: è chiaro che dobbiamo iniziare a ragionare ora su come anticipare il problema, per non ritrovarci nella situazione dell’Irlanda o degli altri paesi Tier 1, quelli identificati con l’acronimo FLAP-D: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino. Questi mercati hanno aperto la strada, e oggi si trovano alle prese con il problema energetico. Forse l’unica eccezione parziale è la Francia, che dispone di grandi riserve energetiche. Gli altri non riescono più a costruire nuovi data center perché non c’è energia per alimentarli”.

Per questo, conclude su questo tema, “noi, come la Spagna – paesi che erano considerati Tier 2 e che stanno diventando Tier 1 – siamo in piena espansione. Dobbiamo evitare di saturare la capacità energetica disponibile al punto da non riuscire più a costruire nuovi impianti, anche quando ce ne fosse bisogno”.

Il calore di scarto e il futuro “prosumer”

Un capitolo a parte riguarda il possibile ruolo dei data center come produttori, e non solo consumatori, di energia. Su questo fronte, secondo Rigo, qualcosa si può già fare oggi grazie al recupero del calore: “I data center producono grandi quantità di energia termica, purtroppo a bassa entalpia, cioè a bassa temperatura. Non è un calore utilizzabile direttamente, ma in Lombardia disponiamo di una rete di teleriscaldamento tra le migliori d’Europa: una delle soluzioni più naturali è stata quella di sfruttare questo calore a bassa entalpia tramite pompe di calore, portarlo a oltre 90 gradi centigradi e immetterlo nelle reti di teleriscaldamento. È qualcosa che stiamo già facendo oggi”.

Più il data center si integra nel tessuto urbano, spiega Rigo, più si aprono opportunità di utilizzo di questo calore: “Penso al settore industriale del food and beverage, che utilizza grandi quantità di acqua calda: il data center ne produce in abbondanza e può cederla. Penso anche al riscaldamento delle serre: 30 gradi sono una temperatura ideale per quell’utilizzo. Il data center si interroga sempre più su come mettere a disposizione della comunità questo calore in eccesso”.

Guardando più avanti, Rigo immagina un ruolo ancora più attivo dei data center nel sistema elettrico: “In futuro, quando le reti saranno più evolute e interagiranno con tutti i soggetti connessi – pensiamo alla casa con il pannello fotovoltaico, che a volte consuma e a volte immette – lo stesso potrà valere per i data center. Oggi è difficile, ma domani, quando i data center dovranno necessariamente integrare più fonti rinnovabili, sistemi BESS per lo stoccaggio, i gruppi diesel già esistenti e, volendo spingersi oltre, piccoli reattori nucleari modulari, potremmo avere data center addirittura scollegati dalla rete, in grado di produrre autonomamente la propria energia”.

In quello scenario, conclude, “il data center diventa un nodo di una rete in cui ogni soggetto può sia assorbire che produrre, contribuendo a stabilizzare il sistema. Pensiamo ai data center nel Sud Italia, dove la produzione di energie rinnovabili è abbondante e in certi periodi il costo dell’energia scende quasi a zero perché l’offerta supera la domanda. Un grande consumatore come il data center, attivo 24 ore su 24, può contribuire a riequilibrare queste punte produttive”.

Su questo, però, Rigo invita alla cautela: “Ci stiamo interrogando oggi non perché siamo già pronti, ma perché tra due o tre anni l’intelligenza artificiale potrebbe essere non solo una sfida ma anche una soluzione. Penso all’applicazione di modelli già addestrati alla gestione della rete elettrica nazionale, che potrebbe bilanciarla, anticiparne i fabbisogni, prevedere la produzione fotovoltaica in base alle condizioni meteorologiche, ottimizzare il mix tra fonti tradizionali e rinnovabili. Le potenzialità sono enormi, e siamo solo all’inizio”.

Progetti destinati a cambiare: il caso dell’intelligenza artificiale

Rigo sottolinea come l’evoluzione tecnologica stia già oggi costringendo a ripensare i progetti in corso d’opera: “Il design del data center attuale potrebbe essere stravolto nel giro di quattro o cinque anni. Lo vediamo già oggi nello sviluppo dei progetti ingegneristici, che seguono le fasi RIBA — dalla 0 alla 4, dal concetto preliminare all’esecutivo. A volte si parte con un’idea e, quando si arriva alla fase esecutiva, bisogna quasi tornare al punto di partenza, perché nel frattempo le densità sono cambiate: il mercato non chiede più 5 kW per rack, ma 15, e bisogna rivedere i sistemi di raffreddamento e di alimentazione”. E conclude: «Questo accade già adesso. Posso solo immaginare cosa comporterà l’intelligenza artificiale”.

SMR e percezione pubblica: “In Italia siamo a ciclo chiuso, non c’è problema d’acqua”

Il dibattito sui piccoli reattori nucleari modulari (SMR), tornato di attualità dopo il via libera della Camera al disegno di legge Pichetto, apre secondo Rigo un nuovo scenario per il design dei data center del futuro: “Sarebbe un data center a isola, che non attinge più energia dalla rete. Rimarrebbe connesso — magari con la rete come backup al posto del gruppo elettrogeno diesel — o potrebbe diventare lui stesso fornitore, cedendo l’energia in eccesso e assumendo a tutti gli effetti il ruolo di prosumer”.

Tuttavia, avverte, il tema solleva anche una questione di percezione pubblica, già oggi rilevante per il settore: “Il data center non gode di un’immagine cristallina: si porta dietro molti pregiudizi mutuati dai grandi impianti americani — primo tra tutti, che consumi enormi quantità d’acqua. Non è vero in Italia: negli Stati Uniti si usano sistemi di raffreddamento con torri evaporative e adiabatiche, in cui l’acqua viene fatta evaporare e dispersa. In Italia siamo tutti a ciclo chiuso, quindi non esiste un vero problema di emergenza idrica legato ai data center. Eppure ogni volta che si propone un nuovo impianto, scatta l’allarme: “porterà via l’acqua”. È anche una questione culturale, che richiede un’informazione più diffusa e corretta”.

Sul tema della sicurezza degli SMR, Rigo si dice fiducioso: “Mi pongo la domanda io stesso, che abito a Roma — città in cui si stanno realizzando molti data center e che è tra le aree a più alto interesse. Sarei disposto ad accettare un piccolo reattore nucleare vicino a casa mia? Dico di sì, perché so che questi reattori di quarta generazione sono fail-safe: in caso di anomalia, il reattore si spegne. Non sono come Chernobyl, dove un’anomalia poteva far perdere il controllo della reazione. Sono progettati per autoestinguersi in sicurezza in caso di guasto». Resta, riconosce, una questione economica: «Riaccenderli probabilmente richiede giorni o settimane — e questo è il motivo per cui li vedo ancora connessi alla rete come backup. Ma dal punto di vista della sicurezza rappresentano un passo avanti significativo”.

Quanto al modello industriale degli SMR, Rigo lo descrive come una rottura rispetto al nucleare tradizionale: “Una centrale nucleare tradizionale si costruisce così: si realizza in loco la fabbrica per assemblare il reattore, e poi la si smonta. Non si acquista il reattore: si costruisce tutta l’infrastruttura per produrlo sul posto. Gli SMR cambiano completamente questo paradigma: possono essere costruiti in stabilimento – a Trieste, per esempio – e poi spediti ovunque nel mondo. Questo consente economie di scala, ed è per questo che il mercato li guarda con interesse: si parla di ordini di grandezza inferiori e di tempi di approvvigionamento incomparabili rispetto al nucleare tradizionale. A cui si aggiunge il tema della sicurezza”.

Rigo accenna infine alla ricerca sui reattori di quinta generazione: “Esistono progetti allo studio, raffreddati a piombo liquido, che utilizzerebbero le scorie nucleari esistenti come combustibile. Si creerebbe un ciclo virtuoso: le scorie accumulate diventerebbero il carburante dei nuovi impianti — una circolarità reale a tutti gli effetti”.

Per questo, conclude Rigo, l’approccio del settore deve restare aperto a tutte le fonti: “Guardiamo all’energia in modo neutrale: fotovoltaico, eolico, turbogas alimentati a biometano — metano recuperato da processi agricoli che hanno già riassorbito la CO₂ che verrà poi prodotta. Ogni fonte è valida, e va utilizzata nel modo migliore possibile, con il minore impatto ambientale possibile, perché la sostenibilità rimane la priorità. Ma non possiamo restare immobili, soprattutto perché il resto del mondo corre. Abbiamo già perso molti treni in passato: non possiamo permettercelo, soprattutto in questo momento storico2.

Il peso dei data center sul business di Deerns

Sul peso del comparto nel fatturato della società, Rigo fornisce alcuni dati: “Il settore data center rappresenta, anche negli obiettivi che l’azienda si è data, circa un quarto del fatturato complessivo, il 25%”. Nel 2025, spiega, il fatturato totale è stato di 19 milioni di euro, di cui circa 4 milioni legati ai data center, pari a circa il 20%: “L’obiettivo per quest’anno è aumentare questa quota, portandola dal 20 al 25%”. Una crescita che si riflette anche a livello di settore, come testimoniano i dati di ADDA, l’Associazione italiana data center: “Il numero di iscritti cresce ogni anno: siamo ormai vicini a 300. I numeri raccontano di un mercato solido, certamente tra i più dinamici in Italia”.

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