La Data Economy italiana, che oggi vale 60 miliardi di euro, potrebbe crescere fino a 207 miliardi di euro entro il 2030, se riuscissimo a raggiungere un’incidenza sul PIL pari a quella dei migliori performer europei. E’ quanto emerso dal position paper ‘L’Italia dei data center. Energia, efficienza, sostenibilità per la transizione digitale’ realizzato da Teha Group in collaborazione con A2A, e presentato in occasione dell’ultima edizione del Forum di Cernobbio. In particolare, “i data center rappresentano non solo una componente essenziale per la competitività e la transizione digitale del Paese, ma anche un motore di sviluppo economico e occupazionale. La loro espansione potrebbe, se ben guidata, contribuire fino al 6% della crescita annua del PIL nazionale al 2035 nello scenario tendenziale, generando oltre 77 mila nuovi posti di lavoro, e fino al 15% in uno scenario di pieno sviluppo, con un potenziale di oltre 150 mila occupati”, evidenzia Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A.
Italia dunque protagonista della connettività globale e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale: se è vero che i grandi hub storici europei nel settore (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) stanno iniziando a mostrare segnali di saturazione a fronte di una serie di vincoli energetici, infrastrutturali, urbanistici e normativi, Milano e la Lombardia si stanno affermando come nuovi poli strategici, attirando l’interesse crescente degli investitori. Gli obiettivi sono ambiziosi e mirano a delineare un piano di lavoro dettagliato per affrontare le sfide e cogliere le opportunità offerte dalla transizione energetica e digitale. A fronte di 168 data center attivi oggi in Italia, la potenza installata potrebbe salire dai 513 MW di oggi fino a 2,3 GW in uno scenario tendenziale e 4,6 GW in una prospettiva full potential. Mentre i loro consumi elettrici dovrebbero arrivare ad assorbire tra il 7% il 13% del totale nazionale. A livello globale, invece, i consumi energetici quadruplicheranno entro il 2035, passando dai 371 TWh del 2024 a quasi 1.600 TWh pari al 4% dei consumi elettrici (contro l’1% del 2024).
“I data center stanno diventando infrastrutture strategiche fondamentali, pilastri della nuova società digitale indispensabili per garantire i nostri gesti quotidiani. Se accompagnati da una visione chiara e una responsabilità comune, possono diventare motori di sviluppo economico e contribuire alla sostenibilità”, spiega Roberto Tasca, presidente di A2A. “Nel 2024 sono stati censiti oltre 10.000 data center a livello mondiale, di cui più di 2.200 in Europa e 168 in Italia, con Milano e la Lombardia che si posizionano tra le aree emergenti a livello europeo. Oggi oltre la metà delle richieste di connessione alla rete elettrica nazionale risulta concentrata in questa regione”.
LA SFIDA DELL’ENERGIA
Lo sviluppo dei data center comporta, tuttavia, molteplici sfide. Da un lato, la crescente domanda di energia implica la necessità di garantire una fornitura stabile e sostenibile, favorendo l’integrazione delle energie rinnovabili con sistemi termoelettrici a ciclo combinato di ultima generazione che attualmente rappresentano la principale fonte di energia del Paese. Dall’altro lato, il loro efficientamento energetico rappresenta un obiettivo centrale per lo sviluppo sostenibile del settore. In questo contesto, l’Unione Europea ha identificato una serie di key performance indicators (Kpi) per la valutazione della sostenibilità dei data center, il 75% dei quali è direttamente legato all’efficienza energetica.
“Queste infrastrutture impatteranno considerevolmente sulla richiesta di energia ma, grazie alle nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato di ultima generazione realizzate per garantire stabilità alla rete e alla forte crescita delle rinnovabili, il mix energetico italiano è già oggi in grado di sostenere la produzione necessaria”, sottolinea Mazzoncini, secondo il quale la vera svolta è legata al fatto che questi hub digitali, se ben integrati, possono dare un valido contributo alla decarbonizzazione delle città: recuperando il calore generato possono fornire energia termica a oltre 800.000 famiglie grazie alle reti di teleriscaldamento, come già succede a Brescia e a breve a Milano.
I data center possono diventare dunque molto più di semplici infrastrutture energivore: se inseriti in una visione strategica di sistema, possono agire come abilitatori di benefici concreti sul piano sociale, ambientale ed economico. E questo, attraverso le reti di teleriscaldamento, l’utilizzo di aree brownfield per la realizzazione di nuovi impianti, l’impiego di power purchase agreements per garantire forniture energetiche green, stabili e tracciabili e la valorizzazione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche prodotti dai data center.
POSSIBILE EVITARE 5,7 TONNELLATE DI CO₂ IN ATMOSFERA
Secondo le stime di Teha, l’adozione integrata di queste quattro leve consentirebbe di evitare 5,7 milioni di tonnellate di CO₂ di emissioni annue, un volume pari a quelle generate da 1,7 milioni di cittadini, e un beneficio economico totale di circa 1,7 miliardi di euro. Numeri che a livello sistemico si aggiungono ai circa 55 miliardi di euro di contributo al pil nazionale. Nello specifico, l’allaccio dei data center alle reti di teleriscaldamento abiliterebbe la valorizzazione di 9,5 TWh di energia termica, sufficienti a soddisfare il fabbisogno di circa 800.000 famiglie, evitandole emissioni di 2 milioni di tonnellate di CO2, pari a oltre il 5% delle emissioni degli attuali consumi residenziali: il risparmio equivale a quello generato dall’installazione di 2,3 milioni di pompe di calore, circa il 55% del parco installato al 2024. L’impiego di aree brownfield per la realizzazione di nuove infrastrutture consentirebbe inoltre al settore di contribuire alla rigenerazione urbana, di ridurre il consumo di suolo vergine e accelererebbe i tempi di connessione alla rete. Secondo le stime, in Italia sono disponibili circa 3,7 milioni di metri quadrati di aree dismesse, di cui il 16% dispone di un allaccio in media o alta tensione. Questi spazi sono pari alla superficie occupata da 50.000 alberi, che potrebbe ospitare impianti per una potenza IT di 600 MW.
L’adozione di power purchase agreements permetterebbe poi ai data center di coprire fino al 74% del loro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili, garantendo forniture stabili e tracciabili e favorendo nuovi investimenti in capacità verde. In uno scenario di pieno sviluppo, questa leva può contribuire a una riduzione stimata di circa 3,7 milioni di tonnellate di CO2 annue, rafforzando la decarbonizzazione del settore e la resilienza del sistema elettrico nazionale.
RECUPERARE VALORE ECONOMICO CON IL RICICLO
Infine, la valorizzazione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche prodotti dal data center consentirebbe di recuperare valore economico attraverso il riciclo, ridurre l’impatto ambientale del settore e rafforzare le catene di approvvigionamento nazionali. Secondo le stime, i data center italiani potrebbero generare oltre 147.000 tonnellate di Raee all’anno, di cui circa 74 mila riciclabili, attivando una filiera nazionale del trattamento e generando un valore economico annuo di 133 milioni di euro.
