Uno spazio verde restituito al quartiere (Monte Rosa – San Siro) e alla città (Milano), oltre che al complesso architettonico di cui fa parte. Il Parco della Luce, nel plesso Monterosa 91, progettato da Renzo Piano su una realtà industriale preesistente, per essere sede de ‘Il Sole24Ore’ prima, oggi spazio multi-tenant e multi funzione, apre al pubblico con collezioni site-specific di arte permanente. A volerlo AXA IM, che ha acquisito lo spazio e che ora lo gestisce: si tratta di un giardino di oltre 10.000 mq, all’interno del campus urbano, accessibile a tutti. Al suo interno, Prima Luce, percorso permanente di opere d’arte ideato e curato da Helga Marsala per Artribune Produzioni. Monte Rosa 91 è stato recentemente riqualificato da Renzo Piano Building Workshop.
Il concept del progetto di riqualificazione dell’area verde, prima inaccessibile, è stato curato da AG&P greenscape ed è incentrato sulla riconnessione dei corridoi ecologici cittadini tramite la valorizzazione del patrimonio verde esistente e l’introduzione di nuovi elementi naturali per aumentarne la biodiversità e creare un ambiente naturale fruibile per chi lavora nell’edificio. La grande corte e il bosco, che ora si fonde con il nuovo corpo uffici, sono diventati il trait d’union fra il complesso e la città e allo stesso tempo un’operazione di welfare aziendale di grande impatto.
In numeri, il progetto di riqualificazione del giardino ha visto il recupero di oltre 93 alberi già esistenti, 42 nuove alberature, 60 grandi arbusti e 13.800 fra piccoli arbusti e piante perenni. All’allestimento del giardino, inoltre, ha contribuito Cardex, leader nel campo dell’interior design e del contract che, con il proprio expertise, ha scelto Colos e Magis come partner dedicati a questo fine.
“Ora – evidenzia Francesco Rovere, Senior Development Manager di AXA IM Alts – l’intervento di Monterosa 91 si completa definitivamente. Dopo avere inaugurato lo scorso anno il complesso e aver ultimato la parte più prettamente immobiliare, oggi restituiamo al complesso e alla città l’area verde, il Parco della Luce, come lo abbiamo chiamato, che si arricchisce di tre opere d’arte. Il tassello della sostenibilità sociale – chiosa – entra nella sua casella giusta”.
Per Elisabetta Trezzani, Partner Director RPBW, che ha curato il progetto della ‘terza vita ‘di Monterosa 91, “uno degli elementi fondamentali per l’architettura è che gli edifici siano concepiti con all’interno della fasi di possibile ‘flessibilità’. Gli edifici hanno una vita molto lunga. Deve dunque autoinserirsi nella progettazione la possibilità di cambiamenti. In questo caso, si è passati da un monotenant a un multi-tenant”. Ecco il perché dell’importanza di progettare “gli elementi avendo una visione più avanzata. L’architetto deve, in qualche maniera, immaginare oltre quello che è il ‘programma’. Cercare di guardare oltre, vedere le possibilità ‘ulteriori’. L’architetto deve adeguarsi, cercare di capire i cambiamenti della società, del mondo del lavoro, di quel che l’edificio deve rendere al quartiere. Non vogliamo che l’edificio sia un elemento a se stante, ma la prima cosa a cui pensiamo è come possa inquadrarsi prima nel quartiere e nella zona e poi nella città”.
Una città, Milano, che offre una stagione lunga di interventi in termini di rigenerazione urbana: “è ciò che noi chiamiamo – sottolinea Trezzani – ‘la nuova architettura’ dei prossimi anni. Che va incontro alla sostenibilità, alla possibilità di riconvertire e far rinascere con altre funzioni e aperture un edificio”.
Helga Marsala, curatrice di Artribune Produzioni, fa poi presente che “all’interno del processo di rigenerazione urbana che ha interessato Monterosa 91, e che lo ha reso effettivamente uno spazio pubblico, di umanità, di condivisione aperto alla città, insieme all’elemento della natura, quello dell’arte contemporanea è stato un punto cardine. L’arte è momento di riflessione, che dischiude anche immagine e significato e che aiuta a interpretare e leggere i volumi di questa architettura, ma anche a leggere i due temi alla base del progetto di architettura, che sono quelli della natura e della luce. Ecco dunque i tre artisti che con tre grandi installazioni modulate su questa architettura declinano ulteriormente i temi in maniera classica estetica e poetica, interpretando il concetto della luce come atto magico di trasformazione”.
Parliamo di Mario Airò, Stefano Arienti e Loris Cecchini, con le opere, rispettivamente ‘Ottava d’oro, ottava di piombo‘ (2023), ‘Filari di pioppi‘ (2023) e ‘The orbital promenade, chorus of solstices’ (2023). Le installazioni si relazionano intimamente con l’architettura. Declinate in chiave scultorea o pittorica, le opere generano una progressione luminosa: dagli spazi chiusi del piano terreno alla sommità della collina, dalle frequenze artificiali dei led fino alla luce del giorno, che all’interno filtra attraverso il soffitto a vetri.