La spinta alla digitalizzazione massiva e soprattutto ora l’avvento dell’intelligenza artificiale ha impresso una forte accelerazione all’asset dei data center. Che devono essere non solo efficienti e capaci di rispondere alle necessità degli operatori che ospitano, ma in grado di cambiare al passo, rapidissimo, delle innovazioni tecnologiche. Ne abbiamo parlato con Davide Suppia, Country Manager e Sales VP di Data4 Italia, parte di un gruppo che punta a un fatturato di 800 milioni di euro al 2029 e che ha recentemente ha annunciato la raccolta record di un capitale di debito pari a 2,2 miliardi di euro a sostegno della crescita. Il Gruppo intende sviluppare i propri campus digitali con un piano di investimenti che prevede 2 miliardi di euro destinati alla Francia, quasi 1 miliardo di euro alla Germania, 1 miliardo di euro all’Italia e oltre 500 milioni di euro alla Spagna e alla Polonia entro la fine del 2029.

Investimenti destinati a costruire ma anche e soprattutto a mantenere ‘aggiornata’ l’infrastruttura
“Adeguare un edificio ha un costo notevole. L’aggiornamento e il mantenimento sono gli elementi che ci contraddistinguono. Il primo nostro data center, costruito a Parigi nel 2006, non è molto diverso da quelli odierni. L’investimento è teso sia a costruire nuovi data center e campus, ma anche a fare sì che questi ultimi siano evoluti per garantire il medesimo livello di performance di quelli che andremo a costruire domani. Non ci deve essere squilibrio. Quindi gli investimenti servono sia per aggiornare, mantenere e innovare le realtà esistenti, sia per continuare a costruire nuove infrastrutture. Oggi siamo all’interno di questo campus lungo e stretto di 10 ettari, tra Settimo Milanese e Cornaredo, dove abbiamo costruito e stiamo costruendo nuovi data center: il nono sarà funzionante a metà del 2024. Accanto abbiamo già acquistato terreni che ci consentiranno di raddoppiare l’attuale spazio e l’attuale potenza. Oggi siamo circa 67 MW di potenza. Quando il progetto sarà completato, nel 2025, la potenza complessiva supererà i 200 MW”.
Una industry relativamente nuova
“Siamo fondatori della ‘Italian data center association’, con altri operatori di primaria importanza, perché c’era l’esigenza del riconoscimento di questa nuova industry, che pre-covid nessuno sapeva bene cosa fosse. Generalmente i data center venivano integrati negli operatori di telecomunicazioni, che avevano anche dei data center, punto di arrivo delle infrastrutture dei loro clienti. Sicuramente il Pnrr ha dato una spinta importante e generale relativamente alla necessità di digitalizzare il paese. Noi siamo un fondo privato, così come i nostri competitor. Abbiamo fondato Ida per potere aprire un tavolo di discussione con il Governo. Certamente posso dire di aver lavorato per attrarre i grandi operatori di telecomunicazioni affinché fossero presenti con le proprie infrastrutture in fibra ottica presso il nostro campus. Qui possiamo vantare di avere un punto di collegamento di operatori molto importante: oltre 35 operatori di telecomunicazioni sono presenti in modalità neutrale. Significa che non siamo operatori di telecomunicazioni, ma abbiamo la presenza ‘on net’ di tutti gli operatori nazionali e internazionali che possono portare banda ai clienti che ospitiamo”.

Importante è anche la scelta delle aree, che non siamo a rischio sismico e idrogeologico
“Abbiamo scelto una posizione strategica non a rischio, dove da 150 non si registrano rischi ambientali. Privilegiamo in questo momento il Nord d’Italia, ma non è esclusa l’apertura di data center anche in altre parti d’Italia, nel centro-sud. Il tema è che le telecomunicazioni e la disponibilità di energia sono legate al rischio geologico. Noi abbiamo molti clienti del sud che sono presenti con le proprie infrastrutture da noi.
Quanto impatta il costo dell’energia e come avete affrontato la recente crisi e innalzamento dei prezzi?
“Siamo garantiti dall’ininterrompibilità. La nostra distribuzione arriva da Terna che è il principale fornitore. Investendo moltissimo, abbiamo scelto di essere collegati al primo anello energetico nazionale. Significa che siamo ininterrompibili. Abbiamo creato le nostre cabine di trasformazione nel campus e abbiamo linee elettriche di proprietà. Il 100% dell’energia elettrica viene acquistato da Edison, con certificati di garanzia di origine, che hanno un loro costo. Abbiamo cercato di integrare anche la fornitura di energia da fonti alternative, ecosostenibili, quali il fotovoltaico, l’eolico e l’idroelettrico. Quest’anno abbiamo sofferto in particolare l’incertezza legata alla situazione in Russia. Abbiamo cercato di acquistare l’energia in anticipo armonizzando gli sbalzi per evitare che i nostri clienti subissero l’escalation cui abbiamo assistito. Per il 2024-2027 abbiamo una strategia di acquisto energia che ci consente di abbassare il più possibile il costo. Per altro, va sfatato l’equivoco secondo cui il data center è energivoro. Esso è la scatola che contiene qualcosa che consuma molto e che, grazie al fatto che è tecnologicamente avanzato, quelle infrastrutture che non sono nostre, ma dei nostri clienti, tendono a consumare meno: teniamo i server a temperatura e umidità costante e che il raffreddamento avvenga nel migliore dei modi possibili”.
Qual è l’impatto dell’intelligenza artificiale in questo campo?
“In questo momento quello che sta guidando la grande crescita, che non ci aspettavamo a questi livelli, è l’intelligenza artificiale, che ha dei canoni completamente stravolti rispetto a quelle che sono le normali infrastrutture IT, perché sono estremamente potenti, consumano molta energia e scaldano moltissimo. Parliamo di elaboratori di dati – Cpu – che possono scaldare anche 1000 watt l’uno. Anche in questo caso la tecnologia aiuta. Noi utilizziamo sistemi ad aria, anche se probabilmente questo sistema non sarà più sufficiente e andremo a introdurre una tecnologia a raffreddamento liquido. La tecnologia cambierà e si andrà verso sistemi di raffreddamento ‘stand alone’. A brevissimo verranno utilizzate delle vasche di immersione per il raffreddamento grazie a un liquido particolare che non conduce l’elettricità, ma sarà una sorta di olio molto raffinato che raffredderà le Cpu stesse. Quando arriverà il Quantum Computing ci saranno delle evoluzioni ancora maggiori. I data center devono potersi evolvere in funzione della tecnologia che ospitano”
Come si concilia tutto questo con la sostenibilità?
“Gran parte degli investimenti è destinata proprio alla sostenibilità. A partire dalle attività che promuoviamo nei Comuni che ci ospitano, come ad esempio la ‘Data4 Academy’, dedicata agli studenti. Sappiamo di essere ‘grossi’ e di consumare tanta energia: per questo dobbiamo dare un contributo concreto. Siamo stati sponsor della realizzazione della pista ciclabile, abbiamo sostenuto la ricerca sul tumore al seno, rinnovato il parco giochi per i bambini. Abbiamo firmato il ‘Climate Neutral Data Centre Pact’ e ragionato anche sul riciclo, ben sapendo che la tecnologia potrebbe evolvere a tal punto che questi data center potranno diventare obsoleti. Abbiamo sfidato il nostro partner principale di costruzioni a studiare un calcestruzzo a ‘basse emissioni di carbonio’, oltre a realizzare progetti di waste heat recovery e tecniche di raffreddamento innovative”.
